Mr. UNDERGROUND Blog's
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venerdì, 08 aprile 2005
La favola dell'albero libero
Un albero non piange mai, questa è la comune opinione della gente.
Quand’ero bambino ho conosciuto una pianticella che aveva messo radici nell’orto di mia zia, non ne ricordo il nome, ma ricordo bene che il giardiniere l’aveva legata ad una grossa canna.
«Così crescerai dritta» diceva
La pianticella cresceva molto più di quanto crescessi io, mi superò presto in altezza, come me era irrequieta e ad ogni folata di vento, fosse anche una lieve brezza marina, si dimenava fino a rompere il laccio che la legava alla canna.
Il buon giardiniere ogni volta che il laccio o la canna si spezzavano, con cura provvedeva alle riparazioni, fino a sostituire la canna con un grosso palo ed il laccio con strisce di camera d’aria, orgoglioso della sua pianta sempre più dritta e rigogliosa. Aveva un nome il giardiniere e ad ogni sua pianta ne aveva dato uno, così da sentirsi a suo agio nel curarle o nel dargli da bere; non sarebbe riuscito ad essere amorevole con le sue creature se non prima d’averle battezzate.
Il tempo nell’orto passava al ritmo delle stagioni e l’incontro giornaliero tra piante e giardiniere trasmetteva agli occasionali e fortunati “spettatori” un senso di calma e di tranquillità, sia durante gli inverni più rigidi, sia nel bel mezzo di una torrida estate, era un incontro colmo di sentimenti, speciale e semplice, come tutto ciò che il giardiniere soleva fare, dalla pasta alla carrettiera al piccolo ed affettuoso buffetto dato ogni mattina sul nasino della figlia, a tradimento, dopo averle indicato un’inesistente macchia sul pigiama, all’altezza del petto.
Una notte il palo si ruppe e la piccola pianta, già divenuta piccolo albero si sentì libera, e tuttavia consapevole che il giorno seguente il suo compagno giardiniere l’avrebbe rimessa a piombo con un palo nuovo; ma nessun palo ci sarebbe stato a tenere l’albero dritto. Il giorno dopo, proprio nel momento di maggiore bisogno, proprio nell’attimo cruciale del definitivo indurimento del tronco, il giardiniere non si presentò, come accade ed accadrà a tutti di non essere più presenti all’appello, anche se trattasi di riunione importante.
L’alberello, incredulo della libertà acquisita, iniziò a farsi trasportare dai venti, un giorno piegato verso sud, un altro verso est, curioso sfiorava nei suoi volteggi ogni cosa gli capitasse a portata di fronda. I venti variarono spesso nei primi anni della sua vita d’albero libero ed ebbe modo di sfiorare gelsomini profumati e rovi pungenti, a seconda da dove provenissero o fossero diretti i soffi, ma nei lunghi anni seguenti, a dispetto di un Eolo sbuffante e distratto, i vortici presero un’unica direzione piegando l’albero quasi a spezzarlo, facendo sì che la sua chioma, pendente dal grosso ed ormai curvo tronco, desse molta più ombra degli altri alberi cresciuti dritti e bene intorno ad esso.
Oggi quella dell’albero libero è l’ombra favorita da tutti i gitanti e gitani che sostano presso l’ex orto della mia zia, c’è chi addirittura si alza alle cinque di una domenica mattina per ingozzarsi di pasta al forno cotolette e parmigiana, sotto i rami dell’albero curvo.
Un giorno vidi una giovane donna ed un bambino vivace sostare sotto l’albero. Scorgendo negli occhi del pargolo la stessa luce degli occhi del vecchio compagno morto nell’87, l’albero avrebbe voluto dire qualcosa com’era solito fare ogni giorno con colui che si prendeva cura delle sue radici: una battuta, una lamentela od un semplice saluto, ma non ne ebbe la forza, era troppo emozionato.
Il piccolo sgranocchiava un cracker quando una goccia di rugiada, cadendo da una vecchia foglia, bagnò il suo improvvisato spuntino.
«Mamma l’albero piange» disse meravigliato e gaio per aver capito che di pianto si trattava e non di semplice acqua o altro eventuale liquido.
«E’ l’albero del nonno» rispose la donna.
...Con sentimento Underground.