Mr. UNDERGROUND Blog's
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lunedì, 19 febbraio 2007
IL TOPO
<<Non vorrai farmi credere che hai sfruttato le tue capacità soltanto un’altra volta?! Non dirmi che oltre a farti diventare capelli, peli ed occhi blu non hai modificato nessun evento in modo da ottenere dei vantaggi?>> <<Oh, mi scusi, le ho dato del tu senza rendermene conto>>.
<<Figurati, è chiaramente più piacevole continuare a chiacchierare dandosi del tu, ammesso che lei ne abbia voglia>>.
<<Non solo ne ho voglia, ma esigo che tu mi racconti in quale altra occasione hai usato le tue doti, ammesso che tu le abbia usate solo in un’altra unica occasione>>.
<<Strano come tra due persone che non si conoscono possa nascere subito una tale intimità>> - pensava Carla nel pulire il banco del bar, dopo aver tolto le tazze vuote del caffè che Bruno ed Elena avevano appena finito di bere - <<Sono anni che quest’uomo frequenta questo luogo e non l’ho mai sentito parlare in maniera così confidenziale con nessuno, com’è potente a volte la bellezza femminile>>.
<<Due gin con ghiaccio e scorza di limone>> chiese Bruno a Carla avvicinandosi ad uno dei tavolini posti alla sinistra dell’ingresso del bar, vicino la vetrata.
Elena lo seguì e si sedette, accettando con naturalezza il tacito invito. Carla servì i due gin con una rapidità impressionante, quasi volesse favorire l’intimità nata tra i due, poi si posizionò nell’angolo del banco più vicino al tavolo occupato dalla coppia per poter meglio sentire ciò che i due si sarebbero detti.
Bruno roteava il bicchiere cercando di far sbattere i cubetti di ghiaccio contro il vetro, i suoi pensieri vagavano piacevolmente accompagnati dal quel tintinnare.
<<Il cristallo è più melodico>> pensava.
Elena con la punta dell’ombrellino di carta spingeva la fettina di limone verso il basso, attendendo con ansia che tornasse a galla per spingerlo di nuovo giù. Una strana calma aleggiava attorno a quel tavolo, uno strano silenzio, ma non era un vero tacere, parlavano i loro corpi, i loro gesti, i loro sguardi, un lungo discorso di cose non dette, come a volere rientrare nei ranghi, volere forzatamente costringere le loro coscienze ad una “vergogna” per l’improvvisa confidenza che intimamente e reciprocamente si erano concessi.
L’uomo in compagnia del quale Elena entrò pochi minuti prima in quel bar si dileguò, come a voler consacrare il nascere di un nuovo sentimento, una nuova amicizia, comprendendo il linguaggio dei loro corpi, intuendo che quel sentimento comune tra i due avesse bisogno di restare solo, indisturbato, per potersi esprimere al meglio, manifestarsi nella sua semplicità.
Elena e Bruno rifiutavano quella sensazione di vergogna che inconsciamente stava per innalzare una barriera morale tra loro, il discorso metafisico doveva essere interrotto, bisognava iniziare a parlare.
<<Allora?>> chiese Elena congiungendo pollice ed indice facendoli quasi schioccare in direzione di Bruno, dando ad intendere con quella gestualità, che pochi popoli al mondo sanno usare, che ancora non si erano presentati, che nessuno dei due conosceva il nome dell’altro.
<<Bruno, e tu?>>.
<<Io Elena, allora Bruno?>> chiese nuovamente, stavolta col chiaro intento di farsi raccontare in quale altra situazione avesse messo in atto quella straordinaria forza di volontà.
<<Allora, allora… non saprei da dove cominciare, non è una gran bella storia>>.
<<Inizia a raccontare, punto>> replicò spingendo l’indice come a voler disegnare un punto esclamativo su di un ipotetico foglio di carta.
<<Il fatto è proprio legato a questi luoghi, la prima volta che misi piede in questo bar notai una persona, a mio modo di vedere, particolare, un uomo calvo, la striscia di capelli brizzolati che da una tempia all’altra cingeva il suo capo mi ricordava la corona d’alloro posta sulle teste degli imperatori romani raffigurati nei libri di storia, non mi è mai piaciuta la storia. Non aveva l’espressione di un imperatore romano, anzi, uno sguardo docile dietro occhiali tondi e metallici che continuamente gli scendevano sulla punta del naso e che prontamente li spingeva in su col dito medio della sua mano destra, la barba rasata lasciava intravedere ciuffetti di peli sopravvissuti ad un rasoio poco affilato, mi colpirono particolarmente i suoi dentoni, gli davano un simpatico aspetto da topo. Non fu però il suo aspetto fisico a colpirmi, ma ciò che egli diceva>>
Carla si sforzava di capire chi fosse la persona descritta da Bruno mentre Elena puliva frettolosamente un paio d’occhiali neri precedentemente tirati fuori da una piccola borsa.
<<Adesso va sicuramente meglio>> disse sospirando dopo aver indossato gli occhiali.
<<Miope?>> chiese Bruno.
<<Si, come hai fatto a capirlo?>>
<<Dal tuo sguardo>>.
<<Cosa ha di particolare il mio sguardo?>>
<<E’ particolarmente sensuale ed accattivante, ma contemporaneamente dolce e sereno, tutte le persone miopi che conosco hanno uno sguardo simile, il tuo però di più>>
<<Più dolce o più sensuale?>> chiese Elena sorridendo, lieta per il complimento ricevuto.
<<Di più!>> rispose Bruno lasciando chiaramente intendere che non si trattava di un semplice complimento.
<<Cosa diceva di così interessante quella faccia di topo?>> domandò desiderosa di conoscere il resto della storia e contemporaneamente sottrarsi dallo sguardo di Bruno che diventava troppo penetrante.
<<Giulio Ricciardi si chiamava, meglio conosciuto come Prof. Ricciardi, il suo aspetto somigliava a quello di un topo forse per il troppo lavorare insieme a tali animaletti, era un ricercatore di fama mondiale, a quel tempo cercava di portare a termine la creazione di un liquido immersi nel quale non si annegasse, un liquido che inalato portasse aria ai polmoni senza danneggiarli>>.
<<Un pazzo!>> esclamò Elena.
<<Un visionario che rese reale la sua visione, tanto da portare a termine i suoi esperimenti, con la conseguente creazione di quel liquido, che attualmente è usato frequentemente nei reparti ospedalieri di pneumologia e neonatologia, pare sia molto utile per la cura dei bambini nati prematuramente e con i polmoni non completamente sviluppati>>
<<Caspita! Un vero e proprio scienziato, ecco perché n’eri attratto>>.
Carla che con celata indifferenza stava ascoltando attentamente, si ricordò del professore ed accostandosi a Salvo, il cassiere, gli ricordò che i due stavano proprio parlandone.
<<E chi è sto professor Ricciardi?!>> chiese Salvo cercando anche lui di ricordare senza riuscirci.
<<Il tizio che prima del caffè chiedeva sempre un cioccolatino, ti ricordi? Durante il periodo estivo li tenevo in frigo per lui>>.
<<Vero!>> esclamò Salvo.
<<Strano come un famoso scienziato sia ricordato più per la voglia di un cioccolatino prima del caffè che non per le sue straordinarie scoperte>> pensò Bruno nell’ascoltare lo scambio di parole tra Carla e Salvo, Bruno, infatti, si era accorto che Carla stava origliando ed il repentino spostamento della donna lo aveva colpito, tanto da fargli drizzare le orecchie per ascoltare cosa aveva di così urgente da comunicare al compagno di lavoro.
<<No Elena, non erano le sue ricerche scientifiche ad affascinarmi, anche se, devo ammetterlo, m’inteneriva il suo dispiacersi della morte di un ratto. Lo ascoltavo attentamente quando, all’inizio delle sue ricerche, descriveva la morte dell’animale immerso in quella sostanza che solo dopo la morte di migliaia di cavie sarebbe diventato un farmaco miracoloso>>
Fremeva il professor Ricciardi nell’immergere il malcapitato ratto nel liquido da sperimentare, pareva riuscisse a respirare, pareva che l’esperimento stesse riuscendo, invece puntualmente il topo annegando risaliva a galla.
<<Quindi eri attratto dalla descrizione dei suoi esperimenti>> ripeté Elena.
<<No>> seguitò Bruno <<anche se i suoi occhi si commuovevano al raccontare la morte di un topo, furono altre sue affermazioni a colpirmi>>.
<<Quali?>>
<<Sosteneva che avrebbe insegnato a parlare a quei topini, se non fosse così impegnato in quelle faticose ricerche>>
<<Questa è bella, insegnare a parlare ai topi!>>
<<Il professore era un sostenitore della forza di volontà, sosteneva che se stimolato, indotto alla volontà di parlare, qualsiasi animale sarebbe potuto riuscirci, i topi in maniera particolare, li conosceva bene, sapeva riconoscere il più intelligente, il più pigro od il più allegro, dopo tanti anni di convivenza con quei piccoli animali, aveva imparato a riconoscerne il carattere con un semplice sguardo e questo accresceva la sua convinzione che un topo, se istruito, avrebbe potuto anche parlare>>
<<Sicuramente un uomo particolare, un genio nel campo della ricerca scientifica, un luminare, ma continuo a non capire cosa leghi tale persona alla tua promessa di raccontarmi in quale altra occasione hai messo in atto le tue capacità di modificare le cose>> disse Elena innervosita dal prolungarsi del racconto.
<<Volevo dimostrare al professor Ricciardi che quella forza di volontà esistesse davvero e che le sue teorie potevano essere messe in pratica>>.
<<Lo hai aiutato a perfezionare quel liquido?>>
<<No, quello per fortuna venne da se>>
<<Perché per fortuna?>>
<<Volevo dimostrare al professore che i ratti erano in grado di parlare come lui stesso sosteneva, così mi trasformai in topo e m’introdussi in una delle gabbie all’interno del laboratorio, con l’intento di cogliere il momento propizio per parlargli da topo. Ogni mattina Giulio Ricciardi prendeva una cavia per testare i progressi ottenuti col variare la formula del fatidico liquido, ogni volta convinto che l’esperimento riuscisse. Vidi dozzine di cavie morire annegate più o meno rapidamente ed ogni volta il professore arrossiva di rabbia o forse di vergogna. Avevamo imparato ad evitare la mano tremante dello scienziato che a caso afferrava uno di noi per il sacrificio quotidiano, non ho usato il plurale casualmente, infatti, imparai la tecnica del raggruppamento dai topi più anziani, si raggomitolavano uno accanto all’altro come a formare un unico corpo, la mano del professore, anche se casualmente, prendeva sempre uno dei ratti che rimaneva fuori dal gruppo, così mi associai al gruppo, quel sistema mi pareva funzionasse. Una sera capitò che un addetto alle pulizie del laboratorio fece cadere del vino dentro la nostra gabbia ed io, voglioso di gustare una bevanda tipicamente umana, lo leccai tutto ripulendo perfettamente la chiazza formatasi sul fondo, sprofondai in un pesante sonno, inconsapevole dell’effetto che l’alcool provocasse in un corpo di topo, così la mattina seguente, ancora sbronzo, dimenticai di unirmi al gruppo e la mano del professore colse me come vittima predestinata. Sentii la mano di Ricciardi avvolgermi delicatamente, si sfilò il guanto di lattice dalla mano sinistra stringendolo tra i denti e con l’indice mi carezzò il capo prima di immergermi nel liquido, baciò pure la mia testolina, testimonianza di quanto fosse affezionato a tutte le cavie del laboratorio, in special modo ai prescelti per la sperimentazione. Il terrore m’impediva di parlare, volevo supplicarlo di non inserirmi nel cilindro trasparente colmo di quella sostanza, il panico m’impediva di parlare, volevo spiegargli tutto e riprendere le mie umane sembianze, ma pare che anche il destino di un topo è segnato, mi ritrovai a fluttuare in quella strana pozione tenuto giù da una bacchetta di cristallo manovrata da un’assistente del professore, lui non era in grado di farlo personalmente e nonostante ciò continuava a ritenersi il mandante del sicario che manovrava la bacchetta che avrebbe ucciso il topo, immolato per la ricerca scientifica>>.
Justine, l’assistente del professor Ricciardi, era la persona ideale per assolvere tale mansione, 29 anni, bionda, occhi azzurri, con mano ferma teneva giù, tramite la bacchetta, il malcapitato topo, sapendo che dopo appena 180 secondi l’esperimento sarebbe finito e la salma salita a galla. Quella volta anche la fredda espressione del viso di Justine cominciò a mutare, dando segni di meraviglia, erano passati 360 secondi, il doppio del tempo impiegato nei falliti esperimenti ed ancora il topo si dimenava sconvolto tra i flutti del liquido.
<<Professore!>> esclamò emozionata.
<<E’ andato anche lui?>> chiese come al solito Ricciardi.
<<Vive! Professore, il topo vive!>> gridò.
<<Cazzo! Non annego!>> pensai <<il grido di justine m’aveva fatto comprendere che ero ancora vivo, così lentamente ripresi il controllo delle mie azioni ed iniziai a volteggiare divertito, come un delfino giocherellone, i miei sensi furono pervasi da una strana euforia, credo si trattasse di vera e propria estasi, capito perché per fortuna?>>.
<<Un pazzo! Un incosciente! Rischiare la vita per poi dimostrare cosa?!>>.
Rideva e piangeva all’unisono il professor Ricciardi, incredulo portava la mano destra alla fronte ed agitava freneticamente la sinistra, poi, benchè osservante cattolico, non fece un segno della croce per ringraziare dio, no: agitava entrambe le braccia verso il cielo, o meglio verso l’alto del soffitto del laboratorio, gridando a squarciagola.
<<Dio mio, dio mio, sapevo che m’avresti assistito!>>.
La gioia del professore era indescrivibile come l’immensità, continuava a ripetere parossisticamente le stesse parole, una volta gridando, un’altra ridendo ed ancora una volta a bassa voce:
<<Dio mio, dio mio, sapevo che m’avresti assistito!>>.
<<Mi tirò fuori dal recipiente stringendomi fortemente tra le mani, mi sentivo stretto in una morsa d’ossa ricoperte d’umana pelle.
“Bello, bell’a’papà”, ripeteva asciugandomi, “Bello, bell’a’papà”, di nuovo sbaciucchiandomi come fossi la sua fidanzata.
“Basta! Mio padre è morto nell’ottantasette!”, gridai, sbigottito lui mollò la presa, io caddi sul tavolo, con un balzo arrivai al davanzale della finestra che dava sul cortile, mi dileguai e d’allora giurai a me stesso di non usare mai più in futuro questa facoltà mentale, non ebbi neanche modo di rivedere in seguito lo scienziato>>.
<<Sconvolta, mi hai sconvolta>> commentò Elena senza riuscire ad aggiungere altre parole, nonostante la sua loquacità.