Mr. UNDERGROUND Blog's
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giovedì, 24 febbraio 2005
La Grande Cazzata Il grande sogno di realizzare un sogno spinse Cibele, la grande madre, alla realizzazione, senza progettazione alcuna, della Grande Cazzata, il sogno Underground, così da millenni la Grande Cazzata del sogno
Underground si erge malinconicamente maestoso innanzi a tutti noi. Nessuno rimane indifferente davanti a tale immensa creatura, tutti prima o poi la incontrano e sono costretti ad immaginare, a dedurre, secondo il proprio punto di vista o d’incontro, la causa generatrice di tale effetto.
"Una Grande Cazzata!" – esclamano la maggioranza delle persone che la incontrano, rifuggendola come cosa e come principio.
"Mah?!" – pensano altri nel considerarla cosa strana.
"Boh?" - altri ancora riconoscendo un principio senza però afferrarne
il senso.
Altre persone pensanti, docili e bastarde, banali e geniali, quando la incontrano, stanno per ore ed ore o per millesimi di secondo ad osservare, annusare, sfiorare, assaporare, ascoltare ed oltre, poi la ripongono in una scatola di latta per tenerla sempre a portata di cuore.
Cercando d’ingoiare quest’ultimo tipo di persone, ho preso coscienza, adesso il ricordo è intenso, torna freneticamente a galla come le bollicine dell’acqua minerale gassata, penso a mia nonna ed alle tre scatole di latta che teneva gelosamente accanto, su di una c’è ancora scritto spaghi corti, su di un’altra spaghi lunghi, oggi non posso far finta, non posso disconoscere il contenuto della terza scatola che da bambino m’era proibita, a volte la riapro con mano tremante, dopo una sbirciatina la richiudo e la ripongo al suo posto, a portata di cuore.
Anche Osvaldo Mangiapane, il classico uomo qualunque, aveva la sua terza scatola di latta ed un giorno d’aprile qualunque l’afferrò aprendola ipocondriacamente, rapito dalle milleduecentosettantaquattro emozioni che in quei giorni gli ronzavano attorno al cervello ed al
cuore. Non cercava nulla di particolare, ma trovò qualcosa di unico e di grande, un ricordo, le foto del funerale della gamba di suo nonno Omar. Omar Tempestoso, nonno materno di origini argentine, oriundo ma non troppo, grande giocatore di calcio, segnava sempre molti gol, in
particolare alla squadra del Benfica, affermava che quella squadra portoghese lo ispirava troppo e non poteva fare a meno di penetrare sulla fascia sinistra per poi trafiggere.
Un’unghia incarnita incancrenì la gamba del nonno Omar e dovettero amputargliela, lui, che fino a quel giorno fu un uomo tutto d’un pezzo, evidentemente si scompose e commosso dalla grave perdita, volle fare un dignitoso funerale alla sua gamba destra, con tanto di fotografi, bara
in radica di noce e carro funebre tirato da quattro bianchi cavalli nani. Vestì la gamba col pedalino migliore che aveva, quello indossato in occasione della conquista della Coppa dei Campioni, da allora meglio detta la Coppa del Nonno Omar, quando in finale, proprio contro il Benfica, aveva penetrato più volte l’intera difesa segnando tre gol, la ripose nella piccola bara e dopo la laica benedizione del Mister, ebbe inizio il corteo funebre. La lunga sfilata dei campioni giunti dall’Est, accompagnò la gamba fino al loculo già pronto ad accoglierne le spoglie vestite dal pedalino con giarrettiera annessa. Sulla lapide scrissero:
"Qui giace la gamba di Omar Tempestoso"
alla morte totale di Omar, i parenti afflitti, aggiunsero
"Ed anche il resto"
Sotto le foto del funerale della gamba del nonno Omar, Osvaldo trovò la foto di una giovane fanciulla, bruna, leggiadra, sorridente, gaia, senza puppe a ppera, l’ammirare estasiato il volto della ragazza sorridente della foto riportò serenità nel suo animo, baciò la foto che ritraeva lo splendido volto di sua moglie viva, richiuse la scatola.
…Con sentimento Underground (in particolare il sottofondo musicale a Gavriel ).